#PLdGS: Giocare per stare assieme o stare assieme per giocare?

Con la coda fra le gambe, Ivan ha dovuto rinunciare al ciclo di interviste: sulle prime voleva nascondersi sotto il letto e piangere, poi però gli è caduta in testa una tegola e si è reso conto di poterne parlare nel Pensiero Ludico. Il nostro stagista, per la prima volta, sta affrontando il classico dilemma: “Io e gli amici stiamo assieme per giocare, o giochiamo per stare assieme?

L’espressione basita di Ivan quando ha avuto la rivelazione

Quando ho iniziato a giocare di ruolo regolarmente, un anno e mezzo fa, la mia priorità era provare a fondo tanti giochi diversi: volevo studiare a menadito il funzionamento di ciascun gioco, applicarlo in modo rigoroso e vivere a fondo l’esperienza che ciascun titolo mi proponeva. Quest’esigenza nasceva, innanzitutto, dalla voglia di varietà: per un paio d’anni avevo giocato (poco e male) giusto a un paio di titoli (Dungeon World e Fate, nello specifico) e ne avevo accumulati tanti altri che mi interessavano ma non riuscivo mai a provare, per cui avevo una grossa “pila della vergogna” da smaltire; in più, c’era in ballo un fattore sociale: in privato mi ero scornato con sedicenti giocatori esperti che usavano sempre lo stesso gioco o sue imitazioni (per alcuni era Dungeons&Dragons 3.5 e altri giochi a base d20, per altri Dungeon World e PbtA affini), lo consideravano “il sistema perfetto” e guardavano dall’alto in basso la mia voglia di variare – capite bene che allontanarmi il più possibile dal loro atteggiamento era un punto di orgoglio.
Sia come sia, il risultato è stato che nel 2016 ho formato i miei gruppi di gioco secondo la logica “Voglio giocare a X e sviscerarlo, c’è qualcuno di esperto che me lo fa provare?”, ed è stato così che mi sono accostato a Cuori di Mostro, diversi mondi di Fate, Apocalypse World, Trollbabe, On Mighty Thews, S/lay w/MeThe Pool, Mille e Una Notte, Ribbon Drive e (ma siamo già nel 2017) La mia vita col padrone. E vi dirò, è un atteggiamento che ha funzionato: ovviamente la voglia di provare lo stesso gioco non è sufficiente ad assicurare una bella partita e un clima di cameratismo, ma nella mia esperienza è stata il primo fattore per arrivare a quel risultato.

Da sinistra a destra Gabriel, Mario, la collega Anna di GDR Unplugged, io senza barba (vi prego, no comment) e Manuela alla convention IndieCON 2016; ci trovammo allo stesso tavolo senza conoscerci, ma a tutti interessava giocare a Mille e Una Notte. Siamo stati la prova che l’interesse nello stesso gioco può creare ottimi gruppi!

Ebbene, cos’è cambiato? Semplice, di partita in partita e di gruppo in gruppo io sono entrato in confidenza con alcune persone che, da semplici compagni di gioco, sono diventate piacevoli conoscenti o veri e proprio amici, e presto m’è venuto spontaneo pensare “Tizia e Caio mi stanno simpatici e secondo me potrebbero trovarsi bene assieme; proporrò loro di formare un gruppo di gioco!”. Ciò, però, ha causato un ribaltamento di prospettiva: prima il mio scopo principale era fruire del gioco che mi interessava con persone che potessero insegnarmelo o, comunque, impararlo assieme a me, ora è diventato radunare i miei amici per divertirci assieme, grazie a un gioco che possa soddisfare i gusti di tutti noi. Questo cambio di atteggiamento, però, ha delle grosse conseguenze sulle dinamiche sociali al tavolo: se l’attività ludica è subordinata allo stare assieme, allora sarà più facile usare giochi con cui tutti siamo familiari, e più difficile accordarsi su un titolo sperimentale o fuori dagli schemi che piace solo ad alcuni di noi; in più, sarà inevitabile che la partita vera e propria si mescoli con chiacchiere e convenevoli, specialmente se il gruppo di amici aspetta la sera della sessione per raccontarsi i fatti della settimana.

Le patetiche sessioni natalizie di D&D della sitcom The Big Bang Theory; un perfetto esempio di gruppo di gioco che si è sclerotizzato e farebbe meglio a fare altro…

Questo approccio al gioco, ovviamente, non è sbagliato né “moralmente inferiore” alle partite fatte per scoprire giochi nuovi, ma secondo me va monitorato per impedirne la possibile degenerazione: il classico caso in cui alcune persone non hanno più interesse a giocare di ruolo e vorrebbero imperniare lo stare assieme su un’attività diversa (pizzata? videogiochi in multigiocatore? giro in bici?), ma non osano chiederlo perché la partita-ritrovo è diventata una tradizione, col risultato che una parte del gruppo si sforza di giocare e un’altra di uscirne viva.  D’altra parte, però, le partite impostate per sviscerare un gioco sconosciuto non sono necessariamente perfette: l’ansia da prestazione di un novellino, la boria di un sedicente esperto e l’eccesso di analisi tecnica (quello che anziché guardare ai fatti fa voli pindarici) possono trasformare le partite di questo tipo in seccanti esercizi di stile: il gioco sarà anche stato giocato correttamente, ma nessuno ci ha messo l’impegno e la serenità necessari per ricavarne le sensazioni positive che si aspettava.
Come spesso accade fra due situazioni estreme negative, la soluzione (almeno secondo me) è cercare nel mezzo un approccio positivo: relazionarsi con i propri amici giocatori in tanti contesti diversi, così che la partita settimanale ai giochi evergreen conservi la sua unicità, esplorare spesso titoli nuovi e affascinanti con persone nuove (le convention esistono anche per questo!), e incentivare gli sconfinamenti fra le due fasce: non si sa mai che qualcuno nel gruppo storico si interessi al medesimo GDR polacco minimalista che hai comprato ieri, o che il tizio che ha giocato con te a quel fighissimo LARP horror americano non sia di compagnia anche fuori dalla partita!

E voi gente, che ne pensate in merito? Fatevi sentire!

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