#PLdGS: Kagematsu e i ruoli di genere nel GDR – Un’intervista con Francesco Zani

Ultimamente Internet è imploso per via della serie TV Doctor Who: per la prima volta in circa 50 anni, l’alieno metamoro protagonista si incarnerà in un corpo femminile. Il fandom della serie si è subito polarizzato fra scandalizzati ed entusiasti, e la cosa ha dato da pensare a noi di GDR Unplugged: la questione di fondo, qui, è che un personaggio femminile riveste un ruolo considerato tradizionalmente maschile, il che causa un effetto di straniamento e disorientamento. Ci siamo quindi chiesti se il GDR possa ricorrere a dinamiche simili per produrre esperienze di gioco stimolanti, e abbiamo deciso di parlarne nel Pensiero Ludico: questa settimana Ivan intervisterà il suo collega Francesco su un gioco che Francesco conosce bene, che Ivan conosceva di fama, e che ricade perfettamente nel nostro caso: Kagematsu di Danielle Lewon.

 

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Ivan: Ciao Francesco. Partiamo dalle basi: perché dici che Kagematsu è un gioco adatto a parlare di ruoli di genere e loro inversione?

Francesco: Per un aspetto meccanico e uno tematico. Il gioco parla di onore e amore e lo fa invertendo i ruoli che i giocatori assumerebbero normalmente: da regolamento, una giocatrice donna deve interpretare l’eroe maschile, il ronin Kagematsu giunto in un villaggio in pericolo, e un gruppo di giocatori maschi reciterà le donne (in apparenza) indifese del villaggio. L’argomento del gioco è “Come faranno le donne a proteggere il villaggio dalla minaccia esterna e a conquistare l’amore o (almeno) l’affetto di Kagematsu, così che si fermi nel villaggio?”. Il gioco, quindi, parla di calarsi nei panni di una persona diversa da noi, farne proprie le intenzioni e sensazioni e riflettere, a partire dal gioco di parti, su come si legano genere e identità e come funzionano le relazioni romantiche.

I: Cos’ha Kagematsu in più rispetto ad altri giochi, se si vuole parlare di ruoli di genere? Perché usare questo titolo e non altri?

F: Perché qui abbiamo donne che prendono in mano la situazione, cercano di salvare il loro villaggio e chiedono aiuto a Kagematsu, la sola persona che possa salvarle – non perché uomo ma perché guerriero. È molto forte che in questo gioco le donne non esistono per essere salvate, ma per convincere l’eroe a preoccuparsi di qualcosa di importante… nonché di loro stesse. A questo proposito, a ogni donna sono associate due statistiche, Innocenza e Fascino, che rappresentano i suoi due modi di relazionarsi al ronin: esporre volontariamente la propria fragilità, dando fiducia a Kagematsu, o essere consapevole e navigata e tenergli attivamente testa. Di converso il giocatore di Kagematsu ha il compito attivo di inquadrare le scene, ma il suo personaggio è solo una personificazione passiva della speranza (e lo interpreta una donna, il che è significativo).
Infine, quando le donne non riescono a persuadere Kagematsu con i loro Gesti d’Affetto, possono farli escalare in Atti di Disperazione: non più ottenere la sua benevolenza, ma ricattarlo secondo l’argomento “Se non mi aiuti sei un uomo senza onore”.

I: La passività di Kagematsu, nella tua esperienza, cosa esprime? 

F: Credo esista come vuoto in cui far esprimere la proattività delle donne: farle interagire con una persona indifferente, che è nel loro interesse smuovere, permette loro di cambiare in meglio la propria vita. Non a caso, nello scontro finale fra Kagematsu e la Minaccia, il samurai scende in campo solo perché si è finalmente preoccupato del villaggio e di una delle donne e ne è divenuto l’aiutante (mai protagonista lui stesso) e in più le donne combattono attivamente assieme a lui. In tal senso, la Minaccia è quasi un McGuffin per mettere in moto la storia delle donne e della loro “ricerca” di Kagematsu.

I: In pratica questo gioco ribalta lo schema “Uomo protagonista – Donna premio” in “Donna protagonista – Uomo potenziale aiutante che la donna vuole vincere alla sua causa”?

Secondo me il gioco innesca molti ribaltamenti, tutti in grado di dar da pensare: giocatori maschi che recitano donne e una giocatrice femmina che recita l’uomo, il personaggio eponimo è il GM e non il protagonista, le protagoniste femminili devono convincere l’uomo a fare qualcosa per loro. In più la giocatrice di Kagematsu ha un ruolo di giudice: deve valutare quale donna è più brava a persuadere il ronin, e premiarla (con l’affetto di Kagematsu) a scapito delle altre.

I: Ecco, stando su Kagematsu: per la tua esperienza, cosa rimane alla giocatrice che lo interpreta?

Non te lo so dire, non l’ho mai domandato a una giocatrice che abbia fatto Kagematsu; se vuoi provare l’esperienza in prima persona, prova a giocare a KaGaymatsu.

I: KaGaymatsu?

F: È un’hack di Kagematsu dell’italiana Manuela Soriani, in cui i meccanismi di base rimangono uguali, Kagematsu resta maschio, ma il villaggio è popolato da uomini che stanno affrontando la Minaccia e non possono gestirla da soli: il gioco, di conseguenza, si impernia sui rapporti di onore e affetto fra uomini, in tutto lo spettro che va dall’amicizia all’amore omosessuale (con tutto lo stigma sociale conseguente). È importante che nell’hack Kagematsu può essere interpretato sia da una donna sia da un uomo queer – o da un uomo eterosessuale cui vada di fare quest’esperienza.

Ecco, a questo punto Ivan è partito in quarta a comprare il manuale di Kagematsu e a stamparsi KaGaymatsu; mentre aspettiamo che ritorni, voi che ne dite di tutto questo? Usereste mai questi giochi? Cosa vi ispira o vi frena? E in generale, vi è mai successo di trattare questioni di genere nelle vostre partite? Com’è andata? Fatevi sentire!

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